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  • Immagine del redattoreLa Gio

Anna

(per noi Annina)


L’intervista di oggi vede come protagonista la nostra amica Anna, per gli amici Annina. Finalmente non siamo in differita e il tutto si è consumato davanti ad un pranzo e una buona bottiglia di vino. Avevamo promesso di parlarvi sempre di persone nelle quali crediamo e lei è decisamente una di quelle. Ci siamo incontrati in Laboratorio di giovedì, dopo svariati tentativi di incastrare i nostri impegni ai suoi. Abbiamo pranzato seduti su divani e poltrone con le coppe di insilata tra le mani, qualche spuntino croccante sul tavolo e Cice seduto educatamente in mezzo a noi con lo sguardo di chi avrebbe voluto partecipare alla conversazione, ma in quanto cane si è limitato ad ascoltare guadagnandosi qualche boccone di cibo qua e là. Usiamo il plurale perché, per Anna, si è mosso anche il direttivo…. Nessuno si perderebbe una chiacchierata con lei.



Come ti descriveresti ? Ovviamente ride Qualcuno ha detto che io faccio succedere le cose Noi che la conosciamo siamo perfettamente d’accordo con questa definizione. Che lavoro fai? Hai un contratto con qualcuno? Qui ride meno e alla fine scoprirete il perché. No, io ho una simpaticissima partita IVA da due anni, con i suoi pro e i suoi contro ovviamente e fortunatamente per ora vincono ancora i pro. Per gestire il tipo di lavoro che faccio questa modalità mi permette di lavorare da dove voglio. Dopo questi due anni di Covid, trovo molto limitante l’idea di non potermi spostare per dover lavorare in un ufficio, quando volendo posso comunque fare le stesse cose anche stando da un’altra parte. Diciamo che apprezzo, decisamente, la possibilità di potermi gestire il mio tempo. Considerando poi, che io tendo a fare più cose del tempo che ho a disposizione per farle, direi che riuscire a decidere il come e il quando per me è fondamentale Quindi tu fai succedere le cose, ma di chi? In questo momento lavoro per una compagnia teatrale indipendente e studio di ricerca nei campi delle arti visive di cui ormai faccio parte, occupandomi della parte di comunicazione, dei rapporti istituzionali, della progettazione e della gestione generale ed economica di sviluppo della realtà. Anche se nel campo culturale le risorse non abbondano, purtroppo. Come hai iniziato a lavorare per loro? Io ho iniziato a lavorare per loro - ovvero OHT [ Office for a Human Theatre] - perché seguivo un progetto specifico: una scuola che mette in relazione arti performative e paesaggio. Bisognava strutturare questa scuola all’interno del paesaggio alpino; Filippo, che ha fondato la compagnia, è un roveretano che ha vissuto all’estero per molti anni, e appena rientrato necessitava di collegamenti più diretti con il territorio, che poi ho seguito io. La ricerca teatrale che lui fa è molto politica, collegata ai territori e al cambiamento climatico, tutte cose che mi hanno fatta appassionare alla parte di ricerca artistica anche se non è la mia formazione. Siete due persone con preparazioni diverse quindi? Si, io ho uno sguardo decisamente più antropologico-politico e lui più artistico Cavolo….bello! Si molto! Le nostre due formazioni sono molto diverse quindi è anche molto interessante e ne esce un bello scambio



Ricordaci la tua formazione Anna. “Io ho studiato prima antropologia culturale [e poi sociologia n.d.r.] ed è quella che mi definisce pur non praticandola poi come professione. Il mio approccio è decisamente antropologico, la mia capacità di leggere le cose arriva da lì. Se non avessi studiato antropologia culturale non la avrei. Considero l’antropologia una cosa potentissima. Qualcosa che ti insegna a riconoscere il fatto che come leggi la realtà è dato da come sei cresciuto, da con chi sei cresciuto, da quale è la cultura in cui sei cresciuto, dal tuo posizionamento, e quindi a capire che un punto di vista è un punto di vista e non è mai un assoluto. Insegna a non credere di avere la verità assoluta in mano. E la realtà dell’orto di cui sentiamo spesso parlare, di cosa si tratta? Quello è il mio secondo lavoro pagato, che a me piace molto. Raccontaci. In realtà è uno spazio del Comune di Rovereto affidato ad un’azienda agricola nella zona dietro al cimitero di San Marco. Uno spazio veramente bello, - si chiama Orto San Marco – Setàp – ed è un progetto di rigenerazione urbana dove il gelso incontra l’agricoltura biologia e la biodiversità in ogni sua forma. E' stato concesso con il vincolo che rimanga comunque spazio della città e con il desiderio che ci fosse un coinvolgimento con le cooperative sociali; questa è la parte di cui io mi occupo: come costruire una relazione tra lo spazio e la città. L’azienda che lo ha preso in mano è stata la prima a vendere le cassette di verdura online, ancora prima del Covid. Il ragazzo che segue il progetto è davvero formato, competente e ha una supersensibilità. Lavora con le cooperative sociali, inserisce anche ragazzi con difficoltà. Alcuni ragazzi che lavorano in Orto sono richiedenti asilo, in attesa di permessi o in attesa di protezione internazionale. Che bello Anna! Davvero. Quindi tu ti dividi tra Teatro e orto? Non solo o meglio, questi sono i miei due lavori ‘pagati’ diciamo. E’ davvero molto bello, peccato che entrambi sono progetti molto complessi e in qualche modo siano classificati come innovazione culturale e questo sta a significare che è molto difficile trovare un equilibrio di sostenibilità economica. In Italia nel campo culturale-teatrale è praticamente impossibile, a differenza di altri paesi non c’è un finanziamento sulla ricerca artistica. Per quanto riguarda l’Orto non è molto diverso, il progetto è molto bello, però per far funzionare uno spazio così tutti ci stiamo mettendo molte ore di volontariato.


Quindi tu lavori con queste due realtà e ogni tanto ti capita qualcosa di extra? Faccio un po’ di formazione agli agriturismi trentini e ad altre realtà sulla comunicazione ed è figo perché è un ambiente super in fermento che si divide tra gestioni storiche e passaggi di consegne alle nuove generazioni, quindi ti trovi a fare formazione, da una parte, a gente digiuna di tutto quello che riguarda i social e dall’altra a persone super avanti. La tua vita è un continuo fermento quindi? Beh, queste sono le cose che faccio, attualmente, di lavoro, poi c’è tutto il resto. A questo punto ci è davvero salito il dubbio di come possa farsi bastare 24 ore. Quello che ci hai raccontato fino a qui sembra che sia tutto molto stimolante per te. Lo è! E’ stimolante e allo stesso tempo faticoso. Tutto quello che faccio è bellissimo e io ci credo molto, altrimenti non lo farei. Ho scelto di vivere in questo territorio che trovo, paesaggisticamente parlando, tra i più belli. La sua collocazione periferica porta con se delle potenzialità, ma ha i suoi pro e i suoi contro. Io non riuscirei mai a vivere in una città come Milano che ti fagocita e iperproduce, però lo svantaggio è che sul fronte sperimentazione si fatica moltissimo. Si fatica ad accogliere qualcosa di diverso e questo è un peccato secondo me. Alla fine, se stai sempre in un posto senza mai guardare fuori, l’innovazione succederà altrove, giusto? Esatto! Infatti, in questi ultimi due anni mi sto muovendo molto rispetto a prima, proprio per questo. Mi porto dietro il lavoro e vado a vedere cosa succede altrove. E’ fondamentale farlo, soprattutto per i tipi di lavoro che faccio. Non capisco come si possa tenere lo sguardo fermo solamente su una cosa.



Vorresti vivere altrove? Si, ma è difficile dirti dove perché in realtà ultimamente ogni posto dove vado, penso che potrei fermarmici a vivere. Se devo essere sincera in questo momento della vita a me piacerebbe vivere in una città con maggior fermento. Adesso, per esempio, sono innamorata di Torino perché, a mio avviso, ha un’anima innovativa ed europea molto spinta. E’ una città abbastanza imperiale che si porta addosso la memoria del tempo passato, fatto di lavoro nelle fabbriche, che rimane ancorata a questo ‘fare con le mani’ e questo mi piace tantissimo. Ogni tanto vorrei vivere al sud. Soffro il freddo “ ride “anche se di freddo forse non possiamo più parlare visto il cambiamento climatico. Ho anche una grande passione per l’area mediterranea in generale. Come Palermo, città di confine, crocevia di culture che lo rende un territorio stimolante." Parliamo di Rovereto. Io ho dedicato molto di me a Rovereto, per le mie radici molto forti, per le persone che conosco e perché vedo del potenziale. Ogni tanto però bisogna uscire per capire che comunque non è tutto qui. La cosa che io soffro un po’ è vedere questo potenziale enorme e la fatica che fa nel guardare fuori.


Ora siamo pronti a porti la domanda che siamo soliti fare a tutti nelle nostre interviste. Quale domanda vorresti ti venisse fatta? "Io conosco la domanda che NON vorrei mi venisse mai fatta ed è 'Cosa fai nella vita?' perché questa domanda In Italia porta sempre a una risposta molto schiacciata sulla dimensione del lavoro e io penso invece che siamo MOLTO di più del lavoro che facciamo. Invece la domanda che vorrei mi venisse fatta è 'COSA TI PIACE FARE?' . Perché secondo me questo apre ad una dimensione, appunto, non solo extralavorativa, ma anche a una possibilità di cambiamento. La domanda 'cosa fai' io la trovo molto statica, cambia nel tempo, ma non tiene aperta la possibilità di cambiare in base al sentimento. Mentre la domanda 'cosa ti piace fare' la trovo molto più aperta, del tipo oggi mi piace leggere, ma tra una settimana posso rispondere che mi piace andare a passeggiare. In ogni caso credo che in qualsiasi giorno dell'anno risponderei che mi piace conoscere altri posti, luoghi, comunità e culture."



Abbiamo ascoltato Anna ancora per un po’, rapiti dalla moltitudine di cose di cui ci parla, lasciandoci andare a tratti a ragionamenti filosofico-culturali e a tratti a fantasie rivoluzionarie che ci vedono protagonisti di occupazioni edilizie adatte a coinvolgere ogni spirito eclettico pronto a donare arte e umanità. Parlando con lei scopriamo l’esistenza di fabbriche abbandonate, edifici industriali dell’800 e luoghi nascosti nel nostro territorio, di cui nessuno si occupa e quelli che vorrebbero farlo non ricevono risposta cadendo nel classico gioco all’italiana del rimbalzino, da te a me, da me a lui e da lui all’altro, senza poi cavarne un ragno dal buco. Forse sperano che ci passi la voglia, ma non sanno che i visionari non mollano con facilità. Non abbiamo fatto notte perché le cose da fare erano tante per tutti, ma non avessimo avuto impegni probabilmente saremo ancora in sua compagnia a parlare. Speriamo di avervi incuriosito un po’ e se vi venisse voglia di conoscere in maniera più approfondita quei pezzettini di mondo, vi lasciamo qui sotto i collegamenti per andare a scoprire qualcosa di più sul lavoro di Anna e delle persone che con lei costruiscono progetti, dando vita a visioni costruendo piccole finestre itineranti sul mondo alle quali potersi affacciare stando, semplicemente, qui.

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